Quando il tempo scorre alla rovescia

Finalmente il lavoro mi dà tregua, chiusasi una fase di progetto che ci ha prosciugato negli ultimi tre mesi, e ho trovato il modo di staccare un po’ il cervello: prima giovedì sera una cena con i colleghi dell’Orientation Accenture, per festeggiare (ma perché?!) i 18 mesi di lavoro e il conseguente passaggio al tempo indeterminato, e poi venerdì sera al cinema. Film scelto (con un po’ di fatica nell’organizzazione
): il Curioso Caso di Benjamin Button, che fin dai primi trailer visti mi ispirava per la somiglianza con il bellissimo “La Neve se ne Frega” di Ligabue.
E si vede proprio che abbiamo una tregua dal lavoro perché riesco pure a trovare tempo e voglia per farne una mini-recensione…
Il film racconta la vita di Benjamin Button, dalla nascita alla morte; una vita però molto particolare, dato che Benjamin nasce… vecchio. La madre muore dandolo alla luce, il padre lo abbandona davanti alla porta di un ospizio, dove viene accudito dalla madre adottiva Queenie, nonostante la sua diversità. Appena nato ha infatti le dimensioni e la mente di un neonato, ma il corpo di un anziano, quasi cieco, artritico e apparentemente in fin di vita.
Eppure Benjamin sopravvive, guarisce, man mano cresce fino a confondersi, per via del fisico da ottantenne, con gli altri ospiti della casa di riposo: ma oltre a cominciare a parlare, a camminare e a imparare, con il passare degli anni continua a ringiovanire inspiegabilmente.
Tutto il film percorre passo passo questa vita al contrario, in un lungo flashback basato sul diario del protagonista, dalle prime esperienze lontano dall’ospizio/casa fino ai viaggi in giro per il mondo; al centro di tutto ci sono sempre gli incontri con Daisy, l’amore (im)possibile di Benjamin, che si corona quando finalmente i due “si incontrano a metà strada” delle loro vite… andando però in direzioni opposte.
2 ore e 40 di film che passano comunque leggere e coinvolgenti, saltando abilmente da un delicato umorismo (”Ti ho mai raccontato che sono stato colpito da un fulmine sette volte?”) a situazioni stranianti e amare. Il tema ricorrente, oltre al già citato amore inevitabilmente tormentato dalla “diversità” di Benjamin, è quello della morte, nota al protagonista fin dai primi anni della sua esistenza.
Anche per questo (per avere un termine di paragone con una storia simile) il film risulta nel complesso sicuramente più triste del già citato romanzo di Ligabue, in cui la morte è quasi assente e la particolare condizione di “ringiovanimento” non era prerogativa di una sola persona, ma comune a tutti gli esseri umani, non costituendo quindi un ostacolo all’amore dei protagonisti. A mio avviso, però, la morte nel film è presentata come parte integrante e naturale della vita, come del resto Benjamin impara presto nell’ospizio; e ho trovato la fine dello stesso Benjamin serena e stranamente normale, per quanto palesemente innaturale visto il suo ringiovanire; forse sarà per questo che sono uscito dal cinema solo con un po’ di malinconia.
A caldo il film mi è piaciuto veramente molto per come ti trascina pur non mettendosi a correre, per come ti fa sorridere e intristire, per come ti fa riflettere. Doveroso inoltre citare il makeup e gli effetti speciali straordinari (non per niente, Oscar in entrambe le categorie), a partire dal “vecchietto” Brad Pitt per arrivare al suo ringiovanimento impressionante e all’invecchiamento di Cate Blanchett (obiettivamente splendida nelle fasi di giovinezza).
A posteriori, ripensandoci un po’ e leggendo, come mio solito, un po’ di commenti e recensioni, ho abbassato un poco il punteggio (ma non molto). Benjamin pare vivere gran parte delle esperienze, anche le più negative, con un distacco misto ad accettazione/rassegnazione, che rende un po’ più difficile per lo spettatore empatizzare con lui. Inoltre le scene ambientate ai giorni nostri, con Daisy e la figlia che leggono il diario, sono un po’ fini a se stesse e a mio avviso aggiungono poco alla storia. Per finire, ci sono alcuni cliché molto hollywoodiani e Forrest-Gump-iani (su tutti il colibrì) che in effetti prestano un po’ il fianco a critiche sulla superficialità del film.
Tutto questo comunque non toglie nulla, secondo me, al valore del film. Forse non ho detto tutto ma mi fermo qui. Consigliato (a patto che sappiate reggere il genere per quasi 3 ore…).
Voto: 7/8

